Le emergenze sono educazione, giustizia, diritto per tutti alla qualità dell’ambiente e necessità di un senso etico del fare. Su queste basi si è svolto il VII Congresso internazionale degli ex allievi della Compagnia fondata da Sant’Ignazio di Loyola di Natalia Encolpio

Roma, 14 agosto 2009 - Da Roma a Bujumbura. Una sola sosta ad Addis Abbeba, poi cambio di volo e destinazione Burundi. Qui, nel cuore dell’Africa si sono ritrovai gli ex alunni dei Gesuiti di tutti e cinque i continenti.

Tre domande per il VII congresso mondiale: Per un Africa migliore cosa abbiamo fatto, cosa stiamo facendo e cosa dovremmo fare? Tre interrogativi in cerca di risposte concrete, di fatti, di azioni e di progetti. Giorni intensi per un’esperienza forte, importante, calda e bruciante nell’attualità della storia e dei fatti che hanno segnato la vita del Burundi e degli altri paesi della regione dei grandi laghi.

Da Roma a Bujumbrura: un piccolo punto segnato sulla carta geografica tra le montagne e le acque del lago Tanganica. Burundi, un nome esotico per un paese che immaginavo lontano: distante non solo migliaia di chilometri ma anni luce dalla nostra realtà e della mia vita. La decisione di partire é stata presa d’impeto: in Burundi se non ora quando mai? E posso dire che il Burundi e questa esperienza del congresso mondiale invece hanno cambiato me e anche la mia esistenza.

E’ stata la prima volta in Africa: un’Africa speciale, lontana dagli itinerari turistici, diversa dagli stereotipi. Un’Africa scoperta grazie ai Gesuiti, al loro impegno, ai loro anni esperienza. Un’Africa vista con i loro occhi attraverso le pieghe di vicende complesse e travagliate, raccontata dalle loro voci impegnate da decenni ad istruire, educare, formare. Un’Africa che sa parlare anche l’italiano imparato nelle sale della Gregoriana e poi ritrovato in giro per il mondo. Un’Africa forte e vitale come il sorriso della gente, la brillantezza degli occhi, l’allegria dei bambini.

Qui, tutto il mondo si è ritrovato. Informale l’ambiente del collegio di Saint Esprit, intenso ed alto il livello dei lavori. Tutti e cinque i continenti rappresentanti dagli ex alunni. Dall’Italia ci siamo ritrovati in tre: io per il Massimo di Roma, Giampaolo Marini per il Leone XIII di Milano e il suo compagno di classe Eduardo Cerimele che da 35 anni vive e lavora in Sud Africa.

Un tendone per ripararci dal sole e banchi di scuola per accoglierci: un piccolo palco e un microfono. Poi l’esperienza, la passione, l’amore di chi in Africa vive e lavora, di chi in questa terra ha scelto di vivere o a cui è fiero di appartenere. E quelle tre domande alle quali rispondere.

Tre giorni intensi: relatori sul palco e piccoli gruppi di lavoro per rielaborare e discutere calando anche in azioni pratiche quanto ascoltato e fatto proprio. Perché la cosa che forse mi ha più colpito è stata questa possibilità di ripensare e tradurre nella propria esperienza, insieme agli altri e confrontandosi con loro, quanto appreso, percepito, assimilato durante i lavori.

E alla fine di questi giorni posso dire di avere conosciuto i miei compagni di viaggio. Di non avere di loro solo un’immagine formale o un contatto superficiale, ma credi di averli incontrati nel profondo, di avere condiviso con loro quest’avventura nel cuore di un continente immenso e complesso: ricco e povero, dolce e feroce, arcaico ma anche lanciato nel futuro.

Africa: cosa possiamo fare? Grandi sfide e grandi problemi. Enormi potenzialità e dipendenza dall’Occidente. Voglia di pace e venti di guerra. Una terra dove tutto è forte, grande, ancora ricco di potenzialità. Una terra però in cui tutto appare così grande che rischia di naufragare in un altro interrogativo: rispetto a tutto questo cosa posso fare io? E l’interrogativo rischia di farci dirottare, di toglierci dal cammino, di schiacciarci col peso di un futuro da costruire. E invece l’Africa, io credo, ha bisogno di ognuno di noi. Anche nel nostro mondo, anche nella nostra scatola, anche nel nostro lavoro…

Parto da me. Sono una giornalista e uno dei temi caldi, toccati da Padre Peter Henriot e da tanti altri, è stato proprio quello dell’informazione e della comunicazione. Tanti stereotipi sbagliati, poche notizie vere, la mancanza di collegamenti sono nemici pericolosi e insidiosi. Provate a pensare all’ultimo articolo che avete letto sull’Africa o all’ultimo servizio televisivo. Cercate di ricordare che immagine avete dell’Africa e quale idea vi suggeriscono i mass media italiani di questo enorme continente. Spesso ignoriamo stati e razze, diversità culturali e religiose con una superficialità che assembla nord e sud, est ed ovest senza alcun rispetto della realtà dei fatti.

E allora da giornalista, avendo per prima io stessa sperimentato il rischio dei luoghi comuni, ho deciso di informare in maniera diversa, di cercare di fornire notizie reali, di documentare con i fatti il cammino di questo continente. Non fermandomi alle prime parole, ai primi input, alle prime voci. Ma, anche sulla base dei nuovi contatti, cercherò di andare oltre ciò che sembra (o che vogliono che sembri) per capire la realtà.

Oltre a questo, un network in collegamento con gli altri ex alunni che si occupano di informazione e comunicazione perché un altro aspetto importante che questo congresso ha rivelato è proprio la ricchezza di contatti qualificati che l’unione mondiale degli ex alunni ci consente di avere. Una parentesi per raccontare in quanti modi si vive e si percepisce l’essere un ex alunno dei gesuiti.

Sono partita da Roma da sola e sono arrivata a Bujumbura insieme ad un gruppo di indiani. La loro è stata sicuramente la delegazione più numerosa insieme a quella degli africani che però ‘giocavano’ in casa. Venti persone partite dalle varie città dell’India e sbarcate a Bujumbura. Di loro solo due erano cristiani: tutti gli altri indù o musulmani. Eppure per tutti loro è stato fondamentale essere in Africa, raccontare con orgoglio e fierezza la loro educazione, spiegare i progetti che hanno in cantiere e proporre con entusiasmo scambi e attività. Questa è un lezione reale di intelligenza e tolleranza, un plauso a ottimi educatori che vengono scelti anche da chi professa fede e abitudini completamente diverse.

Momento clou del congresso è stato l’arrivo da Roma del generale dei gesuiti, Padre Adolfo Nicolas. Un discorso conciso ed intenso per un’analisi basata su quattro istanze e tre indicazioni. Le emergenze dell’Africa sono educazione per tutti, giustizia per tutti, diritto per tutti alla qualità dell’ambiente e necessità di un senso etico del fare.

Tre i punti che per il padre generale sono la chiave di volta dell’agire in Africa (ma anche da noi e in tutto il mondo). Al primo posto la necessità di informazione: un’informazione che non sia superficiale ma che vada nel profondo. Poi la creatività per riuscire e fornire risposte valide ad un mondo che cambia in maniera veloce e sempre più rapida incalzando con nuovi problemi e cercando risposte diverse. E terzo punto la spiritualità come radice e senso profondo dell’agire umano.

Parole che fanno riflettere e che spingono ad agire. Perché la vera lezione che l’Africa mi ha dato è stato il risveglio del senso di responsabilità, della voglia di fare, della consapevolezza che essere passivi è la prima forma di sconfitta.

E questo è il seme che mi sono portata indietro da questo continente tanto grande e tanto complesso. Un germoglio che ha messo le prime radici e che sono certa crescerà forte e robusto. Insieme a tutti gli altri amici che ho incontrato e conosciuto nel cuore dell’Africa: in un punto piccolo e sperduto della carta dal nome esotico di Bujumbura.